Intervista di Eugenia Cosentino a Luigi Pericle (Catalogo 1979)

IL MAESTRO LUIGI PERICLE

Introduzione

Nella luce pacata e quieta della stanza Pericle pronuncia la massima del poeta Lu-Chi (1) :

«L’arte è il mezzo per intrappolare terra e cielo nella gabbia della forma». Domando al pittore se le parole di Lu-Chi, antiche di diciassette secoli, possono ancora valere per la pittura del nostro tempo. La risposta giunge senza indugio: «Per la spiritualità nell’arte non c’è tempo. Essa sfugge alle leggi umane della caducità, non è mai vecchia e non è mai nuova: è perché è essenziale; o, meglio, è il modo essenziale per esprimere la verità. Ogni altro tentativo di voler spiegare l’arte non è che un processo di intellettualizzazione, effimero e mutevole. Anzi, più si cerca di analizzarne la natura in termini di esattezza scientifica, più il risultato è freddo e cerebrale. Ma forse è giunto il tempo di infrangere la corazza di questo tipo di esattezza che non riesce mai a cogliere che un aspetto particolare della realtà, per ritornare a cogliere la verità del tutto come proprietà trascendentale dell’essere, che non costituisce una grandezza astratta, ma il legame vitale fra l’Assoluto e il mondo. La sola parola che la definisce è: Bellezza. Essa è forse l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare cogliendo l’indissolubile rapporto der vero e del bene che è la sua stessa essenzialità». «Cosa è dunque l’essenziale in arte?». «L’essenziale è ciò che non viene dall’artista, ma attraverso l’artista». Si sente che non si ha bisogno di spiegazioni: si intende perfettamente che si potrebbe definire l’essenziale in mille modi: poco conta, poiché ciò che realmente conta è la totale disponibilità dell’artista perché attraverso lui la verità diventi arte. Così si esprimevano i cavernicoli sulle pareti delle grotte di Altamira,

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così i lama tibetani,

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gli anonimi pittori delle tombe della Valle dei Re,

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gli stregoni scultori delle maschere negre,

 

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ma anche i nostri Simone Martini,

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i nostri Lorenzetti,

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con un incanto magico che affascina sempre per una certa pura e forte barbarie che riflette la condizione della loro anima casta. «È forse alla scoperta di questo fascino che si deve la tendenza barbara presente nello sviluppo dell’arte occidentale del nostro secolo? E Lei considera la “scoperta” di questi neo-barbari del XX secolo un fatto positivo?».

«Se tale tendenza avesse potuto essere autentica, se l’uomo di oggi, e particolarmente l’artista, potesse essere ancora capace di “meravigliarsi”, se potesse ancora rivivere un’infanzia del cuore e dei sensi, si tratterebbe certamente di un’esperienza positiva. Purtroppo il nostro non è che uno pseudobarbarismo elaborato da raffinati intellettuali e perciò svuotato della sua forza creativa. I veri selvaggi sono infinitamente superiori a noi per la potenza della loro creatività. La creatività degli Europei, che in questo nostro tempo sembra ricca e feconda, ad uno sguardo senza preconcetti svela una mancanza spaventosa di profondità e di spiritualità, come pure una ignoranza inaccettabile di senso tecnico artistico. Oppure se confrontiamo le nostre creazioni semiotiche con quelle dei grandi calligrafi cinesi e dei maestri sufi

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della scrittura araba,  non possiamo che constatare che i risultati da noi raggiunti sono di una sbiadita puerilità. Ma se un grande del nostro olimpo artistico parla con disprezzo e senso di compatimento della grande arte cinese, dobbiamo allora accoratamente ammettere che la nostra arroganza di europei, anche nel mondo dell’arte, è insopportabile. È ancora da ricordare che agli inizi del nostro secolo si affermava che l’impressionismo in pittura aveva trovato la sua fonte di ispirazione nelle xilografie giapponesi; oggi possiamo constatare che quella “ispirazione” si basava su un malinteso: non avevamo infatti capito il valore essenziale di quelle xilografie.

Siamo ancora i grandi specialisti dei malintesi e li cristallizziamo in concetti fatti di parole stereotipe quali “informale”, “action painting”, “minimal art”, “pittura semiotica”, “pittura gestuale”, che vengono male usati, come è stato dei grandi malintesi “Zen” e “Yoga”». Ma l’ora si fa tarda e il sole ci sta dando il suo saluto con gli ultimi bagliori che si riflettono come una cascata d’oro sulle acque tranquille del lago e incendiano il profilo bruno e tagliente del Camoghè.

Monte Camoghé (2)

 

Dopo un momento di sospensione, teso nello sforzo di concentrare le considerazioni che una dopo l’altra hanno composto il tessuto critico, ma affatto polemico, sull’arte del nostro tempo, Pericle racchiude brevemente in sintesi la situazione ufficiale in cui vive oggi l’arte occidentale, a cui non fanno certo difetto il dinamismo e l’efficienza propagandistica, ma a cui manca assolutamente l’umiltà, la profondità spirituale, una sensibilità artistica tale da non lasciarsi trarre in inganno, una dedizione totale dell’artista alla sua creazione. La natura di una simile affermazione lascia ampi spazi per meditare e nel saluto che ci scambiamo della buona sera, c’è già implicita la promessa di un nuovo incontro. il terrazzo coperto tutto fiorito, che dà su un minuscolo raccolto giardino dove tutto è armonia di colori e di forme, — e guardarlo è una gioia per gli occhi — che accoglie il nostro discorrere di oggi vissuto come logica e naturale continuazione per completare il problema discusso nel nostro incontro precedente.

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Lo spirito critico e chiarificatore di Pericle non poteva certo sentirsi soddisfatto di essersi espresso sulla condizione dell’arte del nostro tempo senza averne individuate le cause. E al mio desiderio di risalire all’origine del suo stato di decadenza giunge fluida e senza interruzione di continuità la sua risposta: «É accaduto che gli artisti del nostro tempo hanno generalmente sostituito un pensare di superficie alla visione profonda; per giunta il gioco di una critica d’arte scientifica di moda e un commercio svolto esclusivamente a scopi lucrativi l’hanno trasformata in prodotto di consumo; né è da passare sotto silenzio l’azione affaccendata di numerosi gag-men per creare un’arte ufficiale vuota, senza spiritualità e mortalmente noiosa come fu l’arte accademica della fine del XIX secolo. Ma in profondità questa decadenza è già in corso da lungo tempo, da quando cioè si vanno spegnendo a poco a poco i valori spirituali nell’animo dell’uomo e diventano muti i suoi rapporti con le regioni che lo trascendono. La grande arte è, infatti, un riflesso delle regioni dello spirito illuminato o dello spirito intuitivo o, sia pure più raramente, di regioni ancora più alte; mentre l’artista è così ingenuo da credersi creatore delle sue opere. E poiché l’arte, per sua natura, rispecchia la disposizione spirituale dell’uomo ed è come uno strumento dotato di chiaroveggenza, essa ha sempre il presentimento degli accadimenti futuri. Guardando dunque alla decadenza di oggi con occhio attento non possiamo aspettarci che il peggio per un prossimo futuro».

A dissipare il senso di drammatica profezia che lasciano queste ultime parole, Ursula, la dolce inseparabile compagna del pittore da quarant’anni, si rivolge al marito con parole che portano refrigerio: «Il nostro discorso non sarebbe completo, però, se tu non parlassi anche della tua profonda convinzione nell’attesa di un’epoca d’oro futura». «É vero», risponde Pericle con un sorriso che lo illumina; «anche se l’umanità dovrà passare attraverso una serie di catastrofi e di crisi non mai fino ad ora vissute, l’epoca d’oro dell’arte deve venire perché essa corrisponde alla necessità evolutiva che ha per fine di creare l’uomo nuovo che si attende da millenni. Va da sé che l’arte di questo uomo nuovo non possiamo che vagamente intuirla, quello che invece possiamo affermare con assoluta sicurezza è che esso avrà contatti con strati molto più alti di ispirazione. Al presente non possiamo che essere consci di trovarci su una nave che affonda; non possiamo dunque esitare a fare delle precise scelte come alternativa a quelle della cultura del nostro tempo che pretenderebbe risolvere tutti i problemi attraverso la filigrana di una visione materialistica del mondo. Verrà il momento in cui si dovrà comprendere l’impossibilità di porre limiti tanto esigui alla realtà, che è invece in sé così vasta; saranno quelli i tempi in cui l’arte ritroverà il suo ruolo come fattore spirituale per una forma più elevata di vita e tutta la preponderanza del suo peso sul piano sia educativo che sociale come testimoniano le civiltà più evolute di tutti i tempi e di tutti i popoli della terra».

Eugenia Cosentino

 

1)

Wen fu

Wen Fu (文賦), conosciuto anche come L’arte della scrittura, è la prima dissertazione in cinese antico sull’arte dello scrivere, composta nel terzo secolo d.C. da Lu Ji (nel testo Lu Chi) nella forma di fu, ovvero quanto più si possa definire “poesia in prosa” [1]

2)

Monte Camoghè
Montagna in Svizzera
Descrizione
Il Camoghè è una montagna delle Prealpi Luganesi, nel Canton Ticino, alta 2228 m s.l.m. La sua vetta segna il confine tra il Distretto di Bellinzona e quello di Lugano. Wikipedia
Altezza2.228 m
Prominenza283 m
GruppoGruppo Camoghè-Bar
Cercando Eugenia Cosentino nel web ci si imbatte in un testo recente di Florinda Balli che parla dei motivi per i quali Eugenia è andata ad Auroville. Il pittore che la consiglia è proprio Luigi Pericle, come si evince da questo testo e dalla testimonianza di un amico della figlia della Cosentino che ci ha riportato i fatti in cui la madre si recava spesso quì ad Ascona da Luigi Pericle.
Ed ecco il testo in questione :

Quando è andata ad Auroville per la prima volta? Ci sono andata ai primi di novembre del 1969. Avevo un incarico ufficiale da Roma perché facevo parte di un piccolo gruppo di insegnanti che dovevano visitare varie scuole all’estero, e prendere degli spunti per quei cambiamenti che tutti noi sentivamo urgenti nella scuola italiana.

Come mai ha deciso di andare proprio ad Auroville? Sembrerà strano, ma è stato un incontro casuale con una persona che viveva ad Ascona (nota di abc : si tratta proprio di Luigi Pericle). Questo amico, un pittore, saputo che ero alla ricerca di nuove idee per la scuola, mi ha consigliato di visitare quella creata da Aurobindo e Mère, affermando che si trattava di una scuola veramente interessante ed avanguardistica. In seguito, questo stesso amico, ha commentato il mio interesse per gli insegnamenti di Aurobindo e Mère dicendo che era arrivato il mio momento. “Eri come qualcuno che aspetta il tram”, mi hanno detto. “Il tram è arrivato e tu sei salita”.

Per leggere l’articolo intero clicca quì 

 

Sri Aurobindo

«L’uomo è un essere di transizione.»
(Sri Aurobindo)

 

 

„Non la pietà che punge il cuore e rammollisce l’essere interiore, ma una compassione e una carità divine, potenti e imperturbabili, ecco le virtù che dovremmo incoraggiare.“ —  Sri Aurobindo Cuore,

Sull’età 2 „Vivi per Dio nel tuo vicino, Dio in te stesso, Dio nel tuo paese e nel paese del tuo nemico, Dio nell’umanità, Dio nell’albero, nella pietra e nell’animale, Dio nel mondo e fuori del mondo; allora sarai sulla giusta via della liberazione.“ —  Sri Aurobindo

Albero, Animali, Su Dio, Sul mondo 4 „L’egoismo uccide l’anima; distruggilo. Abbi cura però che il tuo altruismo non uccida l’anima altrui.“

Origine

Sri Aurobindo

Sri Aurobindo (bengalese: শ্রী অরবিন্দ Sri Ôrobindo, sanscrito: श्री अरविन्द Srī Aravinda; Calcutta15 agosto 1872 – Pondicherry5 dicembre 1950) è stato un filosofo e mistico indiano, considerato dai suoi discepoli un avatar, un’incarnazione dell’Assoluto.

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Poetascrittore e maestro di yoga, si distinse anche per il suo impegno politico in favore dell’indipendenza dell’India.

La vita e le opere

Infanzia

Aravinda Ghose nacque a Calcutta il 15 agosto 1872, dal dottor Krishnadan Ghose (medico condotto) e da Swarmalata Bose (figlia del famoso letterato Rajnarayan Bose). I primi anni li trascorse a Rangpur, nel Bengala orientale; nel 1877 studia presso la Loretto School a Darjeeling.

Studi in Inghilterra

Nel 1879 il padre, per sottrarlo all’influenza della cultura e della religione indiana, lo invia in Inghilterra insieme a due dei suoi fratelli. Pur vivendo in grande povertà a Manchester, ospite della famiglia Drewett, compie studi classici, e, nel 1884, viene ammesso alla St. Paul’s School di Londra. Comincia a comporre i suoi primi poemi, alcuni dei quali vengono pubblicati su una rivista della scuola. Venuti meno i magri sussidi del padre, sopravvive con le borse di studio che riesce ad ottenere soprattutto per la straordinaria abilità nella versificazione greca e latina, e deve mantenere anche i fratelli. Nel 1890 si trasferisce a Cambridge, dove viene ammesso nel prestigioso King’s College e all’Indian Civil Service, la scuola di formazione degli amministratori indiani. Qui si unisce a un’associazione studentesca denominata Indian Majlis. Per via dei discorsi rivoluzionari il suo nome viene iscritto nella lista nera della polizia politica britannica.

Durante il soggiorno in Inghilterra, Sri Aurobindo acquisisce una vasta conoscenza della cultura europea antica, medioevale e moderna. Profondo conoscitore del greco e del latino, impara il francese, l’italiano, il tedesco e lo spagnolo, tanto da poter leggere in originale DanteGoethe e Cervantes. Nell’agosto del 1892 supera il primo esame dell’Indian Civil Service. In ottobre torna a Londra e si iscrive a una società segreta chiamata ‘Lotus and Dagger’, nata con l’intento di favorire la liberazione dell’India dal giogo britannico. A novembre dello stesso anno, dopo aver superato tutti gli esami, non viene ammesso all’Indian Civil Service per essersi rifiutato di sostenere la prova di equitazione. In questo periodo conosce il maharaja di Baroda Sayaji Rao Gaekwad III, che si trovava a Londra. Ottiene un incarico presso il maharaja da svolgersi a Baroda e torna così in India, dove arriva nel febbraio del 1893.[1]

Ritorno nell’India britannica, opere letterarie e attivismo politico contro i britannici

Il suo primo incarico è quello di segretario particolare del maharaja dello Stato di Baroda, poi ministro dell’Educazione e quindi docente di lingue presso l’Università di Stato, dove diventa presto vice-rettore. Comincia a interessarsi e a studiare la condizione economica e sociale dell’India per valutare le possibilità di una rivolta contro i britannici. Per questo scopo si incontra segretamente con i maggiori capi nazionalisti dell’epoca. Fin dal 1893 scrive alcuni articoli sul quotidiano Indu Prakash, denunciando la “politica di accattonaggio” del Partito del Congresso. Il giornale viene minacciato di sequestro ed è costretto a rinunciare alla sua collaborazione.

Intanto va approfondendo le letterature e le lingue indiane, apprende il sanscrito e il bengali, continuando a dedicarsi alla poesia. La sua prima raccolta di versi, Songs to Myrtilla, viene pubblicata nel 1895. L’anno successivo pubblica il poemetto Urvasi. Nel 1899 scrive il poema Love and Death, considerata la più importante delle sue composizioni liriche giovanili. Nel 1901 sposa Mrinalini Bose. Nei primi anni del secolo XX scrive la commedia The Viziers of Bassora. Nel 1905 viene nominato Rettore dell’Università di Baroda. Si dimette dalla carica in seguito alla spartizione del Bengala in due Stati operata dai britannici e si trasferisce a Calcutta, deciso a lanciarsi apertamente nella lotta rivoluzionaria.

Partecipa attivamente alla lotta politica in Bengala dal 1906 al 1910, elaborando un programma rivoluzionario basato su quattro punti che lui stesso così riassunse: 1) risvegliare l’India all’idea dell’indipendenza; 2) suscitare nei connazionali uno stato permanente di rivolta; 3) trasformare le imbelli rivendicazioni del Partito del Congresso in un movimento che si proponga l’indipendenza completa del Paese dal Regno Unito; 4) preparare l’insurrezione armata. Nell’agosto del 1906 fonda il quotidiano politico Bande Mataram, di cui sarà il più importante editorialista e redattore. Lo stesso mese viene aperta la prima Università nazionalista, di cui Sri Aurobindo diventa il Rettore. Tra l’ottobre e il dicembre dello stesso anno assume la leadership del Partito nazionalista del Bengala. Il 7 luglio 1907 viene denunciato per diffamazione e arrestato. Il Viceré dell’India dichiara di considerarlo «l’uomo più pericoloso con il quale abbiamo a che fare». E tuttavia i suoi articoli sono redatti in modo da apparire inattaccabili anche dalla censura britannica e il governo di Sua Maestà è costretto a rilasciarlo, in quanto «i fatti non sussistono».

Svolta spirituale e fuga nell’India francese

Sri Aurobindo è ormai considerato il leader indiscusso del movimento rivoluzionario indiano. Svolge una mole di lavoro impressionante, dalla direzione dei maggiori convegni nazionalisti al giornalismo di alto livello, dalla fondazione di scuole nazionaliste all’insegnamento e a una fitta attività clandestina che consiste nell’organizzazione di numerosi centri di guerriglia. Senza mai trascurare la sua attività preferita: la poesia. In questi anni scrive, tra l’altro, il dramma Perseus the Deliverer. Nel gennaio del 1908 si ritira per tre giorni sotto la guida di uno yogi e raggiunge rapidamente una delle massime realizzazioni yogiche, il Nirvana. Ma non rinuncia per questo all’attività politica: il 2 maggio dello stesso anno viene arrestato dalla polizia britannica e rinchiuso nel carcere di Alipore, dove resterà un intero anno in attesa di processo, dal quale uscirà scagionato da ogni accusa. Durante l’anno in cella di isolamento Sri Aurobindo va approfondendo le sue esperienze interiori che lo condurranno rapidamente a quello che egli definisce “il segreto dell’azione”.

Uscito di prigione nel maggio 1909, ritrova una situazione politica fortemente compromessa dalle esecuzioni e dalle deportazioni di massa compiute dal governo britannico. Si rimette subito al lavoro, fonda due nuovi quotidiani, uno in lingua inglese (Karmayogin) e uno in bengali (Dharma), nei quali rilancia l’ideale dell’indipendenza totale e della non-cooperazione con i britannici, riuscendo a riaggregare i pochi uomini ancora disposti alla lotta contro il dominio coloniale britannico. Nel febbraio del 1910 viene avvertito che le autorità britanniche stanno per arrestarlo con un’altra falsa accusa. Obbedendo a un ordine interiore si imbarca segretamente per Chandernagore, che lascerà il 31 marzo per raggiungere il 4 aprile dello stesso anno Pondichéry, allora un’enclave dell’India francese, dove rimarrà per il resto della sua esistenza.

A Pondicherry andrà prendendo forma quello che Sri Aurobindo stesso definisce il suo “vero lavoro”, che verrà portato a compimento grazie all’aiuto della sua compagna spirituale, Mirra Alfassa, che verrà chiamata semplicemente Mère, la Madre. Tuttavia, ancora per molti anni, Sri Aurobindo non trascura la sua attività poetica, letteraria e filosofica, compilando da solo per sei anni (dal 1914 al 1920) la rivista Arya, nella quale andrà elaborando le sue maggiori opere in prosa: La vita divina, La sintesi degli YogaIl ciclo umanoL’ideale dell’unità umana, i Saggi sulla Gïtã, Il segreto dei Veda, oltre a studi di linguistica comparata e a numerosi altri saggi di filosofia, di critica poetica e letteraria: circa cinquemila pagine in sei anni.

In queste opere Sri Aurobindo illustra la propria visione del mondo e dell’evoluzione, creando quella che Romain Rolland definiva «la più vasta sintesi mai realizzata tra il genio dell’Asia e il genio dell’Europa». Mentre Aldous Huxley parlerà di Sri Aurobindo come del «Platone delle generazioni future». E tuttavia Sri Aurobindo diceva “in confidenza” ad alcuni suoi discepoli: «mai e poi mai sono stato un filosofo, benché abbia scritto di filosofia: ma questa è un’altra storia. Prima di praticare lo yoga… sapevo pochissimo di filosofia; ero poeta e mi occupavo di politica, non certo di filosofia. Nel 1914 un intellettuale francese mi aveva proposto di collaborare a una rivista filosofica, e dato che la mia teoria era che uno yogi deve riuscire a fare qualsiasi cosa, non avevo argomenti per rifiutare; poi lui fu richiamato in guerra e mi lasciò con 64 pagine di filosofia da riempire ogni mese, tutte da solo! L’ho potuto fare perché mi bastava trasporre in termini intellettuali ciò che avevo osservato e appreso un giorno dopo l’altro nella pratica dello yoga: ed ecco che la filosofia nasceva automaticamente. Ma questo non vuol dire essere filosofo!».

Sri Aurobindo scriveva in un modo davvero particolare: non un libro alla volta, ma quattro e anche sei libri contemporaneamente, sui temi più svariati: e non doveva fare nessuno sforzo cerebrale, come egli stesso ha cercato di spiegare in alcune lettere. «Vorrei sottolineare che non pensavo quando scrivevo per la rivista Arya, come non penso mai quando scrivo queste lettere e queste risposte… Scrivo nel silenzio mentale cose che arrivano già formate… Il migliore sollievo per il cervello è quando il pensiero si forma fuori del corpo e al di sopra del capo. In ogni caso per me è avvenuto così».

Il “vero lavoro” di Sri Aurobindo

Il 24 novembre 1926 Sri Aurobindo si ritira nella propria stanza, dalla quale non uscirà mai più fino alla morte, il 5 dicembre del 1950. Il ritiro era necessario per potersi concentrare più intensamente in quello che considerava il suo vero lavoro: «Non è contro il governo britannico che ora devo battermi, questo chiunque può farlo, ma contro l’intera Natura universale!». Da quel momento si circonda di quella riservatezza che doveva caratterizzare l’intera esistenza trascorsa a Pondicherry. «La mia vita non si è svolta in superficie, affinché gli uomini la possano vedere». Continuò comunque ad intrattenere un fitto epistolario con decine e decine di corrispondenti, tanto che questo assumerà una mole considerevole (solo una parte delle lettere sono state raccolte in sei volumi, col titolo di Lettere sullo Yoga), affrontando gli argomenti più disparati: arteletteratura, yoga, filosofia, politica. Durante la seconda guerra mondiale egli si schierò pubblicamente a favore degli Alleati, cercando invano di far capire ai capi politici dell’epoca, tra cui Gandhi, l’importanza di contrastare con ogni mezzo le pericolosissime mire espansionistiche di Hitler e del nazismo.

Dopo aver percorso le strade spirituali del passato, aver sperimentato le più svariate esperienze di comunione divina e di realizzazione interiore, Sri Aurobindo si lancia alla ricerca di una più completa esperienza, capace di unire i due poli dell’esistenza, la Materia e lo Spirito. Mentre la maggior parte dei percorsi mistici del passato portavano ad un aldilà che sboccava ineluttabilmente al di fuori della vita terrestre, l’ascesa spirituale compiuta da Sri Aurobindo costituisce il preludio di una discesa della luce e del potere dello Spirito nella Materia, allo scopo di trasformarla. Sri Aurobindo vede (proprio come gli antichi Rishi che composero i Veda) che il mondo manifestato non è un errore o un’illusione che l’anima dovrebbe rigettare per far ritorno al cielo o rientrare nel Nirvana: il mondo è la grande scena di una evoluzione spirituale, una evoluzione o avventura della Coscienza per mezzo della quale dall’Incoscienza originaria si va sviluppando una manifestazione progressiva, in divenire, della Coscienza Divina, celata fin dall’origine o involuta nella Materia.

La mente rappresenta la più alta vetta finora raggiunta dall’evoluzione, ma non è la più elevata in assoluto. L’uomo stesso, afferma Sri Aurobindo, è soltanto “un essere di transizione”. Al di sopra della mente esiste una Sopramente, una Coscienza-di-Verità, una divina Gnosi sopramentale che possiede spontaneamente la luce e il potere della suprema Conoscenza Divina e la cui discesa sulla terra è destinata ad apportare un radicale cambiamento nella vita e nella materia. La dimostrazione dell’attualità di questa trasformazione, che è in corso e non è di là da venire, si può trovare in quel prezioso documento di evoluzione sperimentale che sono i tredici volumi dell’Agenda di Mère: essa è aperta alla “comprensione” di tutti coloro che vogliono conoscerla e sperimentarla.

Opere tradotte in italiano

  • La sintesi dello yoga, vol. I – Lo yoga delle opere divine, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1967
  • La sintesi dello yoga, vol. II – Lo yoga della conoscenza integrale, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1969
  • La sintesi dello yoga, vol. III – Lo yoga dell’amore divino, Lo yoga dell’autoperfezione, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1970
  • Il ciclo umano. Psicologia dello sviluppo sociale, ed. Arka, 1985
  • L’ideale dell’Unità umana, ed. Arka, 1987
  • Pensieri e Aforismi. Commentati dalla Madre, ed. Arka, 1988
  • Lettere sullo Yoga 5 vol., ed. Arka, Milano, 1988-1992
  • La Isha Upanishad, ed. Sri Aurobindo Ashram, 1990-1995
  • Lo yoga della Bhagavad Gita, ed. Mediterranee, 1995
  • La manifestazione supermentale sulla terra, ed. Domani, 1997
  • Ultime Poesie – Last Poems, ed. Tapas Germoglio, 1998
  • La vita divina, 2 volumi, ed. Mediterranee, 1998
  • Eraclito, ed. Tapas Germoglio, 2000
  • Savitri. Leggenda e simbolo, 2 volumi, ed. Latin Pen & Mediterranee, 2000
  • Lettere sullo Yoga vol. VI, ed. Tapas Germoglio, 2001
  • L’Ora di Dio, ed. Domani, 2003
  • Il segreto dei Veda 2 volumi ed. aria nuova, 2004-2005
  • Perseo il liberatore, dramma lirico in cinque atti, ed. aria nuova 24/04/2006
  • I Visir di Bassora, commedia romantica in 5 atti, ed. aria nuova, 24/04/2007
  • Ilio. La caduta di Troia, ed. aria nuova 29/02/2008
  • Erik – Vasavadatta, due drammi lirici in 5 atti, ed. aria nuova 24/04/2009
  • Rodogune, tragedia in 5 atti, ed. aria nuova 24/11/2009
  • Poesie, ed. aria nuova 21/02/2010
  • Īśā Upanisad, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, Roma, 2011
  • Savitri, ed. aria nuova, 2011
  • Conversazioni con Pavitra, edito da Miranda Vannucci, 2011

Libri che contengono selezioni dalle sue opere

  • La risata divina. L’umorismo di Sri Aurobindo, Tommaso Iorco, ed. Il punto d’incontro, 2000
  • L’avventura della coscienza, ed. Mediterranee- Roma, 2004
  • Crescere dentro, ed. Liliaurora, 2005

Note

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